QUANDO ABBIAMO COMINCIATO A CONFONDERE LA FELICITA’ CON IL RIUSCIRE?

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QUANDO ABBIAMO COMINCIATO A CONFONDERE LA FELICITA’ CON IL RIUSCIRE?

Ultimamente mi capita di osservare qualcosa che mi fa riflettere.

Guardiamo una persona che riesce nel lavoro, realizza i propri progetti, viaggia, sceglie liberamente, cambia ciò che non le piace, sa quello che vuole e sembra capace di costruire la propria vita secondo i propri desideri.

E molto facilmente pensiamo: “È una persona felice.” Ma quando abbiamo cominciato a confondere la felicità con il riuscire? Credo che dietro questa confusione ci siano almeno due fenomeni del nostro tempo.

1. La corsa dietro la felicità

Viviamo in una cultura che ci invita continuamente a realizzarci. Crescere. Migliorare. Raggiungere obiettivi. Superare i propri limiti. Diventare la versione migliore di noi stessi.

Non c’è più soltanto qualcuno fuori di noi che ci ordina di produrre. Siamo noi stessi a chiederci continuamente di fare di più, diventare di più, ottenere di più.

E anche la felicità finisce dentro questa logica. Non basta più vivere. Ripeto, non basta più vivere e non c’è più tempo per vivere.

“Dobbiamo” riuscire a essere felici. Dobbiamo avere un lavoro che ci realizza, una relazione che ci soddisfa, un corpo che ci piace, esperienze interessanti, una vita piena, possibilmente scelta e costruita da noi.

La felicità non è più un’esperienza, diventa quasi un risultato da mostrare… Qualcosa da raggiungere. Qualcosa da dimostrare. Qualcosa in cui riuscire.

E così nasce una strana corsa: corriamo dietro alla felicità come corriamo dietro agli altri obiettivi della nostra vita.

Ma c’è un paradosso. Più la felicità diventa qualcosa che devo ottenere, più rischio di vivere con la sensazione che quello che ho non sia mai abbastanza.  C’è sempre qualcosa da migliorare. Qualcosa che manca.

Un’altra esperienza da fare. Un’altra versione di me da raggiungere… illudendomi che finalmente mi sentirò me stesso. 

E allora vale la pena chiedersi: una persona che riesce molto nella propria vita è necessariamente una persona felice? Non credo. Riuscire parla della nostra capacità di agire sulla realtà. Qui ed ora.

La felicità riguarda qualcosa di molto più complesso: il modo in cui riusciamo ad abitare quella realtà. E qui arriviamo alla seconda confusione.

2. Quando la felicità comincia a confondersi con l’egocentrismo.

Accanto alla società della performance vedo crescere un altro messaggio. Io. Io.Io.

Io scelgo. Io voglio. Io merito. Io devo stare bene. Io devo mettere me stesso al primo posto. Io devo eliminare dalla mia vita ciò che mi fa soffrire.

Presi singolarmente, molti di questi messaggi possono essere profondamente sani. Ho lavorato lunghi anni per riprendere il mio potere personale e sento profondamente quanto ora lascio il mio potere agli altri. 

Per chi ha passato una vita a compiacere e a comprendere gli altri, imparare a dire “io voglio” può essere una conquista fondamentale.

Per chi non ha mai saputo mettere un confine, dire “questo per me non va bene” può essere un passaggio necessario verso la maturità.

Quindi il problema non è l’Io. Abbiamo bisogno di un Io. Però di un Io adulto e responsabile.

Il problema nasce quando l’Io diventa il centro intorno al quale deve organizzarsi tutta la realtà. Quando il criterio diventa:

Mi fa stare bene?

Risponde ai miei bisogni?

Mi valorizza?

Mi dà quello che desidero?

Contribuisce alla mia felicità?

E, soprattutto: Se non lo fa, perché dovrebbe rimanere nella mia vita?

E accade qualcosa di illusorio: “la cura di sé” può trasformarsi nella convinzione che tutto ciò che produce frustrazione debba essere eliminato.

E l’altro rischia lentamente di perdere la propria soggettività. Non è più semplicemente un altro essere umano, con desideri, bisogni, paure, limiti e contraddizioni propri. Diventa qualcuno che deve contribuire al mio benessere.

L’altro non è uno strumento della mia felicità

Una relazione adulta contiene inevitabilmente frustrazione.  L’altro non sempre ci capisce. Non sempre ci dà ciò di cui abbiamo bisogno. A volte vuole qualcosa di diverso. A volte mette un limite. A volte ci delude.

A volte attraversa un momento nel quale non può occuparsi dei nostri bisogni. Questo non significa accettare relazioni violente, distruttive o umilianti.

E non significa tornare alla cultura del sacrificio, nella quale prendersi cura degli altri significava cancellare se stessi. Significa riconoscere qualcosa di molto semplice e, allo stesso tempo, molto difficile: l’altro esiste indipendentemente da me.

Non è qui soltanto per regolarmi, confermarmi, rassicurarmi o rendermi felice. È un essere umano. E forse una delle capacità più mature che possiamo sviluppare è proprio questa: riuscire a essere pienamente noi stessi senza trasformare gli altri in strumenti della nostra autorealizzazione.

La felicità adulta contiene anche il limite. 

La vita, prima o poi, non funziona come vogliamo. Una persona che amiamo non ci sceglie. Un figlio prende una strada diversa da quella che avevamo immaginato. Un progetto fallisce. Il corpo cambia. Arriva una perdita senza un preavviso. Qualcuno che amiamo non riesce a darci ciò di cui avremmo bisogno.

Non possiamo eliminare tutto ciò che ci frustra. E forse non sarebbe nemmeno desiderabile farlo. Perché se la mia felicità esiste soltanto quando la realtà corrisponde ai miei desideri, quella felicità diventa estremamente fragile. Molto fragile.

Possiamo smettere di chiederci: “La mia vita funziona come voglio io?” Possiamo cominciare ad aggiungere almeno altre due domande:”Riesco a stare pienamente nella mia vita anche quando non funziona come vorrei?”

“Nella vita che sto costruendo, riesco ancora a considerare gli altri come esseri umani, e non soltanto come strumenti del mio benessere?” Qui che passa il confine.

Confine tra autorealizzazione ed egocentrismo. Tra il prenderci cura di noi e il pretendere che il mondo ruoti intorno a noi. Tra avere un Io ed essere prigionieri dell’Io.

La felicità non richiede di cancellare noi stessi per gli altri. Ma nemmeno di cancellare gli altri per noi stessi. La maturità sta proprio nella possibilità di tenere insieme entrambe le cose: io esisto.

E anche tu esisti. E nessuno dei due deve diventare lo strumento della felicità (o della realizzazione) dell’altro. 

Olga De Bacco

Mi sono ispirata da Byung-Chul Han, “ La società della stanchezza”.