QUANDO IL POSITIVO CI ALLONTANA DA NOI
E se pensare positivo, a volte, fosse proprio il modo per non vedere?….
Ci sono momenti della vita in cui abbiamo bisogno di ricordarci che esiste anche il bello… Che la vita, nella sua semplice possibilità di essere vissuta, è già un dono.
Abbiamo bisogno di fermarci e accorgerci di ciò che c’è, invece di continuare a guardare soltanto ciò che manca. Di riconoscere che forse ciò che siamo è già abbastanza. Che molte delle cose che abbiamo smesso di vedere perché sono diventate quotidiane — una persona accanto, una casa, un corpo che ci accompagna, un incontro, una possibilità, una mattina qualunque — possono tornare a essere sentite come qualcosa di prezioso.
La gratitudine, quando nasce da questo luogo, può essere un’esperienza profonda. Non ci allontana dalla realtà: ci riporta dentro la vita e ci permette di sentirne anche la pienezza.
Abbiamo bisogno anche di speranza, di fiducia, di uno sguardo capace di allargare l’orizzonte oltre ciò che, in un determinato momento, ci fa soffrire.
E così impariamo a dirci:
“Devo essere grato, grata.” “Devo concentrarmi sulle cose belle.” “È successo per una ragione.” “Quello che succede è sempre il meglio per me.” “Devo cambiare il mio modo di pensare.”
A volte queste parole ci sostengono davvero. Ci aiutano ad attraversare un momento difficile, a non perdere completamente la fiducia, a ricordarci che la nostra vita è più grande di ciò che stiamo vivendo in quell’istante.
Ma esiste anche un altro modo di usare il pensiero positivo.
Molto più invisibile…
Succede qualcosa che ci ferisce, ci delude, ci spaventa o ci fa arrabbiare. Dentro di noi nasce una reazione e, quasi immediatamente, arriva un pensiero che cerca di rimettere tutto a posto.
Devo guardare il lato positivo. Devo lasciare andare. Forse è successo per il mio bene.
E così passiamo molto velocemente da ciò che sentiamo a ciò che pensiamo di dover sentire.
La rabbia ha appena cominciato a farsi sentire e viene trasformata in comprensione.
La tristezza viene ricoperta dalla gratitudine.
La paura incontra immediatamente una spiegazione rassicurante.
La stanchezza viene attraversata con un altro sforzo. Tiro su un sorriso e faccio fatica a incontrare lo sguardo degli altri. Forse perché vorrei nascondere i miei occhi…? Oppure, al contrario, per convincere l’altro che va tutto bene, lo fisso negli occhi.
È un movimento quasi impercettibile.
Ed è proprio per questo che possiamo farlo per anni senza accorgerci del costo che stiamo pagando.
Perché, intanto, una parte di noi continua a sapere.
Sappiamo che una relazione sta diventando sempre più povera e distante. Sentiamo che un lavoro ci sta prosciugando. Ci accorgiamo che viviamo da mesi sotto pressione. Vediamo che una situazione economica ci preoccupa realmente. Sentiamo che stiamo continuando a dire sì quando dentro di noi qualcosa vorrebbe dire no.
E qualche volta anche il corpo comincia a partecipare a questa storia: tensione, agitazione, stanchezza, difficoltà a dormire, una sensazione persistente di allerta.
Poi compare una domanda che ascolto spesso: “Ma perché sono ansioso? In fondo va tutto bene.”
Forse, qualche volta, è proprio quel “va tutto bene” che merita di essere ascoltato più attentamente.
Dietro ogni ansia potrebbe essere un’emozione negata, razionalizzata o velocemente sminuita. L’ansia può avere origini e significati molto diversi, non collegate al presente.
Ma una delle possibilità è che abbiamo imparato a oltrepassare troppo velocemente ciò che sentiamo. Un sentimento compare, ma prima ancora che possiamo riconoscerlo, comprenderne il significato e lasciargli uno spazio, siamo già arrivati alla soluzione.
E magari è persino una soluzione bellissima, saggia, spirituale, positiva. Solo che è arrivata troppo presto.
In psicologia esiste un concetto interessante: l’evitamento esperienziale. Steven Hayes e i suoi collaboratori lo hanno utilizzato per descrivere il tentativo di evitare, modificare o controllare esperienze interne difficili — emozioni, pensieri, ricordi, sensazioni — anche quando questo tentativo, nel tempo, finisce per restringere la nostra vita.
Anche gli studi sulla regolazione emotiva ci ricordano qualcosa di importante: ridurre o controllare l’espressione di un’emozione non significa necessariamente che ciò che accade dentro di noi sia scomparso.
Ed è qui, secondo me, che il tema diventa particolarmente interessante.
Il problema non è il pensiero positivo. Il problema è quando arriva e quale funzione svolge.
Ci aiuta ad attraversare ciò che stiamo vivendo oppure ci permette di non incontrarlo? Ci restituisce libertà oppure ci allontana dalla nostra esperienza?
Perché rabbia, paura, delusione, dolore e stanchezza non sono semplicemente stati interiori da eliminare il più velocemente possibile.
Portano informazioni…
La rabbia può raccontare che un confine è stato oltrepassato.
La paura può segnalarci qualcosa che percepiamo come minaccioso.
La tristezza può parlare di una perdita.
La stanchezza può dirci che stiamo chiedendo a noi stessi più di quanto possiamo sostenere.
Il corpo, a volte, comincia a parlare attraverso i sintomi proprio quando per molto tempo abbiamo avuto difficoltà ad ascoltarsi.
Per questo, nel mio modo di intendere un percorso di maturazione psicologica, relazionale e professionale, diventa importante imparare a stare abbastanza vicini alla propria esperienza da poterla conoscere.
Dare un nome alla stanchezza. Accorgersi della rabbia. Sentire la paura. Riconoscere che qualcosa ci ferisce.
Guardare una relazione per quella che è diventata. Ascoltare ciò che il corpo sta cercando di comunicarci.
E poi può arrivare anche un altro sguardo.
La gratitudine non ha più bisogno di coprire la tristezza: può esistere accanto ad essa.
La speranza non deve cancellare la paura: può accompagnarla.
La fiducia non nasce dal convincersi che tutto andrà necessariamente bene, ma dalla possibilità di sentire che potremo stare con ciò che accadrà.
E il pensiero positivo può finalmente diventare ciò che dovrebbe essere: una risorsa per vivere la vita, non un modo per allontanarsi da essa.
Forse la differenza sta proprio nell’ordine sistemico.
Prima riconoscere ciò che c’è. Poi scegliere che cosa farne. Valorizzando lo spazio del tempo tra l’uno e l’altro.
Perché c’è una grande differenza tra comprendere quello che sto vivendo dentro di me e scegliere la vita e continuare a vivere la vita come se non mi sta succedendo niente.
E scegliere il positivo così velocemente non ci lascia il tempo di accorgerci di ciò che, dentro di noi, chiede di essere ascoltato, accolto e riconosciuto.
Per approfondire:
- Emmons, R. A. (2007). Thanks! How the New Science of Gratitude Can Make You Happier. Houghton Mifflin.
- Gross, J. J., & Levenson, R. W. (1993). Emotional suppression: Physiology, self-report, and expressive behavior. Journal of Personality and Social Psychology, 64(6), 970–986.
Olga De Bacco

