QUANDO I SENTIMENTI NON HANNO DIRITTO DI ESISTERE

libertà dell'essere

QUANDO I SENTIMENTI NON HANNO DIRITTO DI ESISTERE

Ricordo me stessa a sei o sette anni, in un momento in cui la mia vitalità iniziava a cercare spazio.

Nei momenti di spensieratezza e di libertà sentivo dentro di me una gioia semplice senza una ragione precisa e la esprimevo attraverso la leggerezza, movimenti, voce.

Stavo semplecemente bene.

Ricordo la reazione di mia madre davanti a quella gioia improvvisa: la sua preoccupazione faceva nascere la domanda se avessi fatto tutti i compiti prima di permettermi di ‘non fare niente’.

Dentro di me nacque velocemente una convinzione:

la gioia si deve meritare. Si può essere felici solo dopo aver fatto ciò che si deve.

Questa traccia è rimasta nel mio corpo. 

Ancora oggi, quando sento nascere una gioia profonda e intima, dentro di me compare una richiesta di permesso:

posso mostrarla? posso viverla senza aver fatto qualcosa di straordinario?

Mi ricordo, che nella mia famiglia potevo essere triste, potevo arrabbiarmi. 

La paura, invece, dovevo gestirla da sola. È un’emozione che ha bisogno di disponibilità, ascolto e tempo. Cose che i genitori, per le loro ragioni, non avevano.

E il mio corpo ha trovato una strada: piccoli tic negli occhi che ancora oggi, a volte, ritornano.

Questa è una delle forme in cui il corpo racconta ciò che non ha potuto essere accolto.

Quando siamo bambini, il riconoscimento dei sentimenti da parte degli adulti costruisce la nostra sicurezza interiore.

Quando questo riconoscimento manca, impariamo a dubitare di ciò che sentiamo.

Molti adulti che oggi si sentono smarriti, insicuri, svuotati o incapaci di fidarsi di se stessi provengono da un’infanzia in cui i loro sentimenti sono stati costantemente svalutati.

Non sempre si è trattato di violenza evidente.

Spesso non ci sono state botte, punizioni estreme o abusi visibili.

Si è trattato di qualcosa di più sottile, più quotidiano, più invisibile: l’invalidazione emotiva cronica.

Marsha Linehan ha usato questo termine per descrivere una realtà che segna profondamente lo sviluppo psichico: quando ciò che un bambino sente viene sistematicamente corretto, giudicato, minimizzato o riorientato.

Invalidare significa togliere valore.

Significa dire, direttamente o indirettamente:

“Quello che senti non è giusto.”

“Non dovresti provare questo.”

“Stai esagerando.”

“C’è qualcosa che non va in te.”

Quando questo accade una volta, il bambino può tollerarlo.

Quando accade ogni giorno, diventa una struttura interna.

Il bambino nasce con una bussola naturale: il sentire.

Attraverso le emozioni impara chi è, cosa gli fa bene, cosa lo ferisce, cosa desidera, cosa teme.

Ma se ogni emozione viene rifiutata, il bambino impara una lezione e la integra:

non posso fidarmi di ciò che sento.

I suoi sentimenti, i suoi pensieri, i suoi desideri e i suoi bisogni vengono etichettati come inadeguati.

Non solo: gli viene insegnato cosa dovrebbe provare al posto di ciò che prova.

Così, lentamente, nasce una frattura interna.

Per continuare a sentirsi amato, il bambino rinuncia a parti di sé.

Non perché lo vuole, ma perché non ha scelta.

Questo processo non è drammatico, non è teatrale.

È fatto di piccole rinunce quotidiane.

Di micro-tradimenti interiori.

Di silenzi.

Di adattamenti.

Imparare a non sentire diventa una strategia di sopravvivenza.

Un esempio

Elena cresce in una famiglia in cui le sue emozioni vengono continuamente corrette.

Quando è triste, le spiegano che non c’è motivo.

Quando ha paura, che deve essere forte.

Quando è arrabbiata, che è ingrata.

Quando desidera qualcosa che non coincide con le aspettative degli adulti, si sente egoista.

Col tempo Elena smette di ascoltare ciò che sente.

Inizia a chiedersi cosa sia appropriato provare, cosa sia giusto desiderare, quale emozione sia accettabile.

La sua vita interiore si riempie di regole:

“Dovrei essere così.”

“Non dovrei sentire questo.”

“È sbagliato volerlo.”

Le emozioni vengono sostituite dal controllo.

Il sentire viene sostituito dal pensare.

La spontaneità viene sostituita dall’adattamento.

Da adulta, Elena fatica a riconoscere i propri bisogni.

Ha difficoltà a prendere decisioni.

Vive una sensazione persistente che dentro di sé ci sia qualcosa di sbagliato.

Si interroga spesso:

Chi sono davvero? Chi sono davvero? Posso fidarmi di me?

Il diritto di sentire

Ogni essere umano nasce con un diritto fondamentale:

sentire ciò che sente, desiderare ciò che desidera, avere bisogno di ciò di cui ha bisogno, sognare ciò che sogna.

Questo è il fondamento del funzionamento sano.

Non esistono emozioni sbagliate.

Non esistono desideri sbagliati.

Non esistono fantasie stupide.

Ogni emozione è un linguaggio dell’anima.

Ogni desiderio è una traccia della nostra natura unica.

Ogni volta che diciamo a noi stessi:

“È stupido.”

“È vergognoso.”

“Non dovrei sentire questo.”

stiamo amputando una parte di noi.

Giorno dopo giorno.

Anno dopo anno.

E arriva un momento in cui una persona guarda dentro di sé e sente solo vuoto.

Non perché non ci sia nulla.

Ma perché ha imparato a scartare tutto ciò che era vivo.

La ferita della gioia

Una donna con depressione cronica racconta che da adolescente ogni sua gioia veniva controllata.

Quando provava entusiasmo per qualcosa di suo personale, riceveva il messaggio che avrebbe dovuto provare la stessa gioia solo quando obbediva alle richieste del padre, per esempio, pulire il pollaio.

Non solo fare ciò che veniva chiesto. Ma gioire per farlo.

Questo messaggio entrò lentamente nella sua psiche:

la gioia non mi appartiene. Qualcuno può decidere quando e come devo provarla. 

A un certo punto, dentro di lei nacque una conclusione:

se la mia gioia può essere controllata, allora è meglio non provarla più.

Così si spegne una parte vitale dell’essere umano.

Per difesa. Per paura. Per non restare soli

Le conseguenze nell’età adulta

Chi cresce con un’invalidazione emotiva cronica spesso manifesta:

– grande difficoltà nel prendere decisioni

– bisogno continuo di conferme

– confusione nel capire se sta bene o male

– paura di esprimere ciò che sente

– maschere di falso positivismo

– negazione della rabbia

– comportamento passivo-aggressivo

– dubbi costanti su se stesso

– sensazione di essere interiormente difettoso

– tendenza a pensare le emozioni invece di viverle

– senso di vuoto

– difficoltà a rispondere alle domande “chi sono?” e “cosa voglio?”

– paura di essere smascherato

– relazioni che sostituiscono i veri bisogni

– difficoltà a progettare il futuro

Molte persone arrivano in terapia con una richiesta:

“Voglio imparare ad amarmi.”

Ma è difficile amare ciò che è stato cancellato.

È difficile amare ciò che non ha mai avuto diritto di esistere.

Col tempo, la domanda cambia:

Chi sono?

Cosa sento davvero?

Posso fidarmi di me?


La possibilità di trasformazione

La capacità di ascoltarsi è innata.

Se non viene schiacciata, cresce.

La natura è saggia.

La psicoterapia crea uno spazio in cui ciò che è stato messo a tacere può essere finalmente ascoltato senza vergogna e senza paura.

Uno spazio in cui i sentimenti tornano ad avere valore.

I bisogni tornano ad avere diritto di esistere.

La persona torna ad avere se stessa.

In questo senso, il terapeuta svolge una funzione simile a quella di un genitore sufficientemente buono:

non dice cosa si deve sentire,

non corregge l’anima,

non dirige la vita interiore.

Dice, con la sua presenza:

“Quello che senti ha valore.”

“Puoi fidarti di ciò che vivi.”

“Puoi esistere così come sei.”

Ed è lì che comincia la guarigione dell’Anima.

Non quando si cambia emozione o il comportamento.

Ma quando si smette di combatterla.

Non quando si diventa diversi.

Ma quando si torna interi.

Olga De Bacco